di Antonello Catani
La condanna di Marine Le Pen per improprio uso di fondi comunitari e la sospensione dai diritti politici per 5 anni sembra in apparenza un evento puramente giudiziario. In realtà, tutto suggerisce come il verdetto in questione sia l’ultimo episodio di un trend di natura politica ormai ricorrente in Europa e non solo.
Le Pen non è stata accusata di arricchimento personale, tipico contenuto delle corruzioni pubbliche. Oggetto della condanna è invece il fatto che dei fondi comunitari erogati a degli assistenti comunitari del partito (Ressemblement National) della Le Pen, siano stati usati per le attività di RN in Francia. Mentre è notorio come questa sia una prassi comune di altri gruppi politici del Parlamento Europeo senza che peraltro essa abbia provocato reazioni giudiziarie, con Marine Le Pen la giudice Benedicte De Perthuis ha fatto un’eccezione, al punto da condannarla all’ineleggibilità politica per 5 anni. In altre parole, quella che appare dai sondaggi come la candidata favorita viene in tal modo impedita dal presentarsi alle elezioni presidenziale del 2027.
Ora, cos’ha di particolare la candidata Marine Le Pen? Con le sue posizioni anti NATO, anti UE, nazionaliste, anti-immigratorie e vicine alla Russia, essa è in vistosa controcorrente con l’attuale élite politica francese, Emmanuel Macron in primis.
E’ forse ’unica ad essere malvista dall’establishment e quindi oggetto di ostilità? I fatti dicono di no.
La sua condanna, formalmente sotto vesti giuridiche, tradisce in realtà la replica di una generale offensiva dell’èlite europea di stanza a Bruxelles nei confronti dei “dissidenti.” Il comune denominatore e le analogie sono così evidenti che quasi non ci sarebbe bisogno di prove.
Si possono per esempio citare le levate di scudi e i veri e propri tentativi ricattatori nei confronti di due dissidenti nella persona del leader ceco Fico e di quello ungherese, Orban. Anche costoro, allo stesso modo della Le Pen, sono fautori di una politica anti-immigratoria, nazionalista e aperta ad un’amicizia con la Russia.
Se poi prendiamo la Romania, anche lì un candidato (Calin Georgescu) vincitore del primo giro delle elezioni presidenziali, nazionalista, critico della UE e della NATO, fautore di una politica anti-immigratoria e non ostile alla Russia, è stato estromesso dalla corsa presidenziale grazie a un intervento giudiziario. Le motivazioni sarebbero delle asserite “irregolarità procedurali e interferenze russe”.
Spostiamoci in Italia e anche lì troviamo un uomo politico, Salvini, incriminato e in attesa di giudizio sostanzialmente per una politica anti-immigratoria. Egli è infatti imputato dei reati di sequestro di persona e rifiuto di atti di ufficio. Secondo il Pubblico Ministero Marzia Sabella, “I diritti umani prevalgono sulla protezione della sovranità dello Stato:” Come noto, il sequestro di persona a cui si riferisce l’accusa riguarda il blocco nel 2019 dello lo sbarco della Ong Spagnola Proactiva, che aveva a bordo 147 migranti.
In realtà, il richiamo ai “Diritti umani”, definizione giuridica formulata subito dopo la fine della II Guerra Mondiale e sostanzialmente stimolata dai crimini del regime nazista o lo stesso cosiddetto “Diritto del mare” non hanno nessun legame logico o strutturale col fenomeno rappresentato dall’immigrazione selvaggia da anni in corso nel Mediterraneo e in altre regioni. Nessuno dei firmatari delle due convenzioni aveva lontanamente in mente le attuali masse migratorie, fenomeno comprabile solo alle invasioni barbariche della fine dell’Impero romano e alla spinta delle tribù nomadi dell’Asia centrale nel Medio Evo.
Con la copertura dei “Diritti umani”, applicata a sproposito e in maniera ottusa, viene in sostanza scardinata la nozione giuridica dei “confini nazionali”, base dell’ordine mondiale (salvo appunto che in caso di guerra) e negata l’evidenza di quella che è in realtà una vera e propria caotica invasione. Le conseguenze economiche, sociali e istituzionali di quest’ultima dovrebbero essere evidenti a chiunque, meno che all’élite europea che cerca di legittimare con tale preteso moralismo il suo esercizio del potere. E’ quindi paradossale e surreale che vengano imputati personaggi che mirano a proteggere i confini e l’equilibrio sociale di uno Stato, mentre tutti sembrano trascurare il ruolo ambiguo e sostanzialmente losco delle cosiddette ONG, entità di fatto anarchiche e destabilizzanti. Così come per il mondo sotterraneo dei venditori e trafficanti d’armi, le chiacchere giornalistiche mostrano infatti una singolare e insolita mancanza di curiosità nei confronti di queste ultime.
Spostiamoci ancora verso un Paese questa volta non membro della UE, la Georgia, anch’essa oggetto di ostilità e accuse di frodi elettorali a causa della posizione favorevole alla Russia dell’attuale governo e del voltafaccia riguarda al suo ingresso nella UE. Ecco così il Parlamento Europeo adottare una risoluzione che condanna le elezioni della Georgia, giudicate non democratiche. In realtà, le ragioni della risoluzione hanno a che vedere con la scarsa volontà dell’attuale governo georgiano di finire sotto l’ombrello di Bruxelles e la non disponibilità a sostenere militarmente l’Ucraina. Tutto qui.
Come già ricordato in altra occasione, i tumulti e le dimostrazioni di piazza di Tiblis ricordano quelle a suo tempo orchestrate dalla CIA e verosimilmente anche dall-M16 in Ucraina. Il Copione è identico. Poca fantasia.
Per quanto non europeo, l’episodio dell’arresto del favorito candidato turco alle elezioni presidenziali del 2028, Ekrem Imamoglou, col pretesto di aggiotaggio e intrecci terroristici con i Curdi si inserisce anch’esso nella vague sopra citata. Con una differenza. Nel caso turco, la natura dittatoriale e intollerante dell’azione giudiziaria, abilmente dissimulata negli episodi europei prima citati, è invece lampante. Come dire che, al di là delle dichiarazioni, i vari esponenti dell’establishment di Bruxelles, utilizzano metodi turcheschi per sbarazzarsi dei dissidenti di credo e delle loro affiliazioni.
Tutto ciò rimanda a un quadro più amplio e più complesso, rappresentato dal decennale consolidarsi in Europa di un organismo, la UE, che difende a spada tratta non solo il suo pretestuoso e totalitario decalogo ideologico e il suo castello burocratico ma la sua stessa legittimità e sopravvivenza.
Il tema merita ovviamente un trattamento a parte. Qui si può solo notare come una serie di eventi, inclusa “la nuova politica trumpiana” (con i suoi lati positivi e le sue sempre più caotiche e baldanzose assurdità), la questione ucraina e le sempre crescenti perplessità di vari membri della UE hanno acuito la tendenza di Bruxelles e dei suoi affiliati alla demonizzazione dei dissidenti con tutti i mezzi. Come per tutti i regimi dittatoriali che si rispettino, sui dissidenti pende una spada di Damocle.
5 aprile 2025