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L’inferiorità mentale delle donne: Veronica Pivetti

di Patrizia Lazzarin

Che strano uomo avevo io,
mi teneva sottobraccio
e se cercavo di essere seria
per lui ero solo un pagliaccio;
e poi mi diceva sempre
non vali che un po’ più di niente,

e ripensavo ai primi tempi
quando ero innocente,
a quando avevo nei capelli
la luce rossa dei coralli,

e lo obbligavo a dirmi sempre
Sei bellissima – sei bellissima
accecato d’amore, mi stava a guardare
sei bellissima – sei bellissima …


Una canzone quella di Loredana Bertè e molte altre, entrate nelle hit parade della musica pop italiana, hanno letteralmente “colato” ironia, come limone o forse aceto, misto a miele, su un tema: L’inferiorità mentale delle donne, lo spettacolo andato in scena il 18 marzo, al Teatro Comunale di Vicenza. Nella piece, Veronica Pivetti ha saputo intrattenere un pubblico numeroso confermando il buon successo della commedia.

Prendendo spunto da un manifesto pseudoscientifico della cultura maschilista, ispirato all’omonimo trattato di Paul Julius Moebius e reinterpretato dalla sceneggiatrice Giovanna Gra, l’attrice si è finta l’assistente dello scienziato e, servendosi di paradossi che si davano man forte e al tempo stesso si contraddicevano, ha reso lampante la poca considerazione avuta dalle donne nei secoli.  

Come stanno le cose riguardo ai sessi? Un vecchio proverbio ci suggerisce: capelli lunghi, cervello corto”. Esordisce così Paul Julius Moebius – assistente nella sezione di neurologia di Lipsia – nel piccolo compendio “L’inferiorità mentale della donna” scritto nel 1900.

 Ma potremmo solo citare il famoso Aristotele che in fatto di misoginia non scherzava. Quattrocento anni prima di Cristo, questo filosofo considerato una delle menti più innovative e che ha influenzato studiosi medievali e la filosofia metodologica scientifica, considerava la donna, a differenza dell’uomo, non dotata di anima.

Quante poche donne nel passato studiavano, quali limiti all’accesso all’istruzione e fino a non molti anni fa anche ad alcune professioni. La medicina era pensata sulle caratteristiche fisiche dell’uomo e i tanti processi di stupro, negli scorsi decenni, si accanivano a cercare nelle pieghe dei “difetti” femminili, i torti che avevano giustificato la violenza.

Ironia, ironia tanta ironia per contestare e mettere in risalto un po’ di questa differente considerazione della donna, che spesso ha serpeggiato nelle menti di molti, non solo uomini.  E allora Veronica Pivetti, moderna Mary Shelley che dà ragione al medico dichiaratamente maschilista, incarna convinzioni, entrate anche nelle frasi comuni, come ad esempio i proverbi che pur mostrando scarsa ed inaccettabile considerazione del mondo femminile, fanno ancora parte di un patrimonio comune.

E allora questa ironia la possiamo accettare, forse così molti pregiudizi ancora celati nelle menti di chicchessia, potranno iniziare a chiarirsi senza urlare alle streghe, mentre essi pensano alle femministe degli anni ‘70 che tanto hanno lottato per i diritti delle donne.  

La canzone di Loredana Bertè ripresa in parte, racconta tanto anche di amori che si tingono di passioni passeggere, dove la bellezza della donna è la calamita che sembra far contenti tutti, ma non svela il cuore e l’intelligenza che abitano il corpo di ogni essere umano, senza differenze.

Le percussioni di Anselmo Luisi hanno accompagnato in maniera originale la recitazione di Veronica Pivetti, con movenze, hanno detto, da fool shakesperiano.

5 aprile 2025

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